sabato 13 ottobre 2012

Common Ground






Le tematiche affrontate durante la Biennale di Venezia, vetrina artistica e architettonica italiana più affermata, suscitano grande interesse ed entusiasmo nella ricerca artistica contemporanea. Da sempre punto di riferimento per creativi e curiosi, la Biennale è un evento che  fa luce sulle sperimentazioni culturali mondiali. Ogni anno la manifestazione offre l’opportunità di riflettere su come l’attività artistica possa contribuire alla risoluzione di problematiche sociali e su come l’arte e l’architettura possano essere mezzi attraverso i quali sensibilizzare l'opinione pubblica.
Quest’anno però, a mio avviso, ha peccato di unitarietà e brillantezza, colpa del tema molto indeterminato che, invece di far rilevare un “territorio comune”, un punto d’incontro, ha sottolineato una scarsa coerenza. E’ pur vero che ci troviamo in un momento di particolare difficoltà nella comunicazione tra società e architettura, proprio perché l’uomo ha sempre più bisogni e sempre diversi e la progettazione stenta a raccoglierli tutti al momento giusto.
L’architettura sente di avere un ruolo determinante nella possibilità di donare un ordine alle cose, ma essendo rivestita di tanta responsabilità, viene meno al suo carattere sociale e si relega a rappresentare una minoranza. La Biennale curata da Chipperfield mi ha regalato poche emozioni. Soprattutto per il poco interesse verso l’aspetto leggero, spettacolare, sperimentale dell’architettura che cerca l’attenzione anche dei non addetti ai lavori. Una Biennale storicista, che premia gli esercizi stilistici e la finta tradizione. 
L’ingresso all’ Arsenale non toglie il fiato, come spesso ha fatto.
La città non risente la presenza dell’evento: nessun segnale urbano che invita alla partecipazione. 
Ho trovato elegantissimo il padiglione giapponese: riflette la convinzione degli architetti giapponesi che natura, città e socialità debbano essere un unicum nella buona progettazione. Questi si chiedono criticamente se, alla luce delle catastrofi che hanno sconvolto il loro paese, si possa e si debba pensare una ricostruzione. Si  pongono quindi a servizio della società e si interrogano sul proprio ruolo effettivo. 
Il Canada propone un allestimento che corre dall’esterno all’interno del padiglione e che riveste il duplice aspetto di richiamo del pubblico e di supporto espositivo. 
L'Olanda sottolinea la capacità dell’architettura di reinventare gli spazi , di come il suo aspetto temporaneo, mobile, cangiante non sia da occultare ma possa costituire terreno fertile per la trasformazione dell’esistente, grande problema contemporaneo. In ogni caso, trovo sempre appassionante prendere parte al Biennale, grazie al suo legame indissolubile con la magicità e il senso di sospensione che risucchia alla città di Venezia. Ho notato una partecipazione sempre più attiva da parte di studenti di tutte le parti del mondo e questo dona all’evento un carattere catartico e terapeutico. Si fa evidente che i giovani credono che l’architettura debba partire dal dialogo tra la diversità e dal dialogo con i fruitori, che si ha necessità di incontrarsi per toccare con mano le conquiste o i fallimenti della disciplina che, in ultima analisi, riflettono quelli della società. La Biennale DEVE farci fa scoprire e ricercare nuovi orizzonti e punti di vista e suggerirci come l’educazione al bello e la buona progettazione siano elementi essenziali alla democratizzazione e alla responsabilizzazione della civiltà.





















Padiglione Italia























1 commento:

  1. So many amazing project! Might need to book myself a ticket to Venice to go and see for myself :D
    Maya
    archistas.com

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